Obbligazioni, perché i tassi di interesse a lungo termine non salgono

Per un rialzo dei tassi di interesse a lungo termine sono necessari una maggiore fiducia nelle previsioni sulla crescita e un minor rischio politico (in particolare nella zona Euro).

Se si osserva l’andamento dei tassi di interesse a lungo termine si nota come il trend si sia invertito nel corso del secondo trimestre di quest’anno. Prendiamo i Treasury USA a 10 anni che nell’agosto dello scorso anno viaggiavano ad un rendimento del 2,1%, sono gradualmente (ma in modo costante) saliti nei mesi successivi fino al 3,1 per cento per poi, da metà maggio, planare all’attuale 2,85%. Stesso discorso per i bund decennali tedeschi che dopo essere saliti fino allo 0,75% a febbraio, nelle ultime settimane, sono ridiscesi allo 0,30%.

SEGNALI POSITIVI DALL’ECONOMIA

Eppure l’economia continua a veder prevalere segnali positivi, con il PIL in buona crescita, l’inflazione relativamente sotto controllo e gli indici manifatturieri che stazionano sui massimi degli ultimi anni e, soprattutto, ampiamente in zona espansiva (cioè ben oltre i 50 punti). Ma allora perché i tassi a lungo termine sembrano inchiodati o, addirittura, cedenti? “Questo calo dei rendimenti dei titoli a lungo termine è stato provocato dalla fuga degli investitori verso i beni rifugio. I nostri economisti continuano a prevedere una solida crescita globale, ma i rischi che pesano su questo scenario sono sempre più numerosi”, tengono a precisare gli esperti di Amundi nell’ultimo weekly market review.

LE TRE PREOCCUPAZIONI DEGLI INVESTITORI

A impensierire gli investitori concorrono diversi fattori sebbene ve ne siano tre che li preoccupano in modo particolare:

  • Le potenziali implicazioni di una guerra commerciale sulla crescita, sull’inflazione o sui cambi valutari
  • L’aumento del rischio politico in Europa
  • Le tensioni sulle valute dei Paesi emergenti

Rischio di rallentamento mondiale al 15% con le guerre commerciali in atto

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MERCATI EMERGENTI IN AFFANNO

A questo proposito, va segnalato che nel secondo trimestre di quest’anno, le performance degli investimenti nei mercati emergenti sono risultate le peggiori dalla fine del 2016. Non deve pertanto stupire se, come ha rilevato l’IIF (Istituto internazionale di Finanza), “le tensioni commerciali, accompagnate da una divergenza tra le prospettive dell’economia, hanno indotto un cambiamento marcato delle allocazioni a favore degli attivi americani a scapito degli altri mercati sviluppati e dei mercati emergenti”.

LE MOSSE DI DRAGHI

Per quanto riguarda nello specifico la zona Euro, gli ultimi annunci di Draghi hanno delineato un quadro piuttosto chiaro circa il tragitto della normalizzazione della politica monetaria. E’ vero che la BCE concluderà il Qe a dicembre ma è altrettanto vero che non alzerà i tassi di riferimento fino all’estate del 2019 e continuerà a reinvestire i titoli in suo possesso che arrivano a scadenza. Si stima che l’importo di tale reinvestimento possa essere pari a 180 miliardi di euro nel 2019, di cui 50 miliardi in obbligazioni tedesche, e che, per mantenere bassi i tassi, la BCE possa anche privilegiare i titoli a lunga scadenza.

COSA PUO’ FAR AUMENTARE I TASSI A LUNGO

“Per ora, le obbligazioni a lungo termine sono sostenute dalle tensioni commerciali e dalla conseguente minaccia per la crescita globale. Pur in un contesto di volatilità sostenuta, per determinare un rialzo dei tassi si rendono necessari una maggiore fiducia nelle previsioni sulla crescita e un minor rischio politico (in particolare nella zona Euro)”, concludono i professionisti di Amundi.

 

Economia USA in acque inesplorate con Powell al timone

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MF3d / iStock / Getty Images Plus


FinanciaLounge
10 luglio 2018
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