Fed, le leve del comando per non far deragliare la ripresa globale

La Fed ad un bivio: confermare l’orientamento della politica monetaria sull’economia USA o soppesarne le conseguenze sui debiti espressi in dollari al di fuori dagli Stati Uniti.

In un’economia con piena occupazione e inflazione in tendenziale aumento com’è l’attuale contesto in America, secondo la teoria economica i tassi dovrebbero aumentare per prevenire il surriscaldamento del carovita. Ed è quello che è sostanzialmente emerso ieri al meeting della Fed che ha aumentato i tassi (come previsto) e confermato il percorso futuro della politica monetaria in senso restrittivo. Tuttavia, come rivela Carlo Benetti, Head of Market Research and Business Innovation di GAM (Italia) SGR nell’Alpha e il Beta dell’11 giugno, Urjit Patel, governatore della banca centrale indiana, suggerisce alla Federal Reserve statunitense di rallentare, anziché accelerare, la normalizzazione della politica monetaria e del bilancio.

LE PREOCCUPAZIONI DI URJIT PATEL

Le preoccupazioni del banchiere centrale non sono tanto per le economie emergenti che avranno certamente difficoltà con il finanziamento in dollari per il proprio debito (l’aumento dei tassi americani è stato ampiamente annunciato e prosegue in modo graduale dal 2016) quanto piuttosto per la micidiale combinazione che si sta materializzando sui mercati: l’avvio della diminuzione del bilancio da parte della Fed e, in parallelo, l’aumento dell’offerta di titoli del Tesoro USA per compensare i tagli delle tasse decisi dall’amministrazione Trump.

LA DOPPIA MICIDIALE COMBINAZIONE

“Se la Fed non rallentasse il suo piano di riduzione del bilancio, l’emissione dei Treasury assorbirebbe una parte così rilevante della liquidità in dollari che sarebbe inevitabile una crisi nel resto del mercato obbligazionario in dollari” ha specificato Urjit Patel. Basti pensare che soltanto in Asia, escludendo il Giappone, nel 2017 le emissioni in dollari sono aumentate del 40% rispetto all’anno prima. Nei prossimi mesi, al contrario, il ritiro di dollari da parte della Fed procederà in parallelo a imponenti emissioni di titoli del Tesoro americani: un mix capace di assestare due duri colpi ai mercati globali e una ingente contrazione della liquidità nei mercati emergenti, fenomeno peraltro di cui si sono viste le prime avvisaglie nelle ultime settimane con la brusca inversione dei flussi.

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ANCHE GLI USA POTREBBERO DERAGLIARE

Come ha modo di argomentare il banchiere centrale dell’India, un arresto improvviso della ripresa economica globale non potrebbe evitare di colpire anche gli Stati Uniti. Il presidente della Fed Powell si trova ad un bivio. O confermare l’orientamento della politica monetaria sull’economia domestica, oppure soppesare opportunamente le conseguenze che quella politica può avere sui debiti espressi in dollari al di fuori dagli Stati Uniti.

L’OSSERVATO SPECIALE RESTA L’INFLAZIONE

In ogni caso, mentre i dati sulla disoccupazione (ai minimi da decenni) e dell’attività manifatturiera hanno determinato un incremento del rendimento dei titoli di stato e, al tempo stesso aumentato le probabilità che la Fed confermi la direzione intrapresa, l’osservato speciale resta l’inflazione.

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INVESTIRE NEL METODO E NELLA DIVERSIFICAZIONE

“Il tasso di ‘break-even’ del Treasury a 10 anni, indicatore delle attese di inflazione degli investitori, resta al 2,07%, sopra l’obiettivo del 2% della Fed” ricorda Carlo Benetti che raccomanda di evitare qualunque scommessa nei portafogli: molto meglio investire energie e tempo nel metodo piuttosto che esercitarsi nelle previsioni. “Quando si muove la Fed nessun luogo è sicuro, la miglior risposta è dare ai portafogli caratteristiche non di robustezza ma di antivulnerabilità, diversificando quanto più possibile, dotandosi di strumenti e orizzonte temporale congrui con gli obiettivi della pianificazione familiare” conclude l’esperto.

**  Il presente articolo è stato redatto da FinanciaLounge. Una parte di contenuti e dati gentilmente concessi da GAM

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15 giugno 2018
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