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Calo petrolio: vincitori e vinti

8 Giugno 2015 - 7:32
C’era una volta il «caro-petrolio». Da quasi un anno a questa parte invece abbiamo il «calo-petrolio», che potrebbe essere destinato a durare a lungo, dopo la decisione dei paesi produttori riuniti nell’Opec di continuare a inondare il mercato di barili. Una buona notizia per automobilisti e imprese occidentali, che si muovono e muovono le merci su gomma e bruciano benzina. Meno buona per altri, come i paesi produttori che non riescono a far quadrare i bilanci e che avrebbero bisogno di un petrolio a 100 dollari, non a 60 come è oggi e probabilmente continuerà ad essere per parecchio tempo. Infatti Arabia Saudita e gli altri paesi del Golfo Persico hanno detto chiaramente che continueranno a produrre tutto il greggio che il mercato vuole.

Praticamente una conferma della decisione di novembre, quando l’Opec aveva abbandonato la politica decennale di produrre poco e vendere caro per abbracciare quella di vendere invece grandi quantità a prezzi più bassi. Anche con l’obiettivo di mandare fuori mercato i produttori con costi di estrazione alti, come quelli nordamericani di shale oil. Per il consumatore è sicuramente una buona notizia, vuol dire pieno meno caro, ma anche bolletta del riscaldamento più leggera e forse anche prezzi più accessibili al supermercato. Proprio perché il trasporto incide e viene effettuato su gomma, è sensibile al prezzo della benzina: o, perlomeno, dovrebbe esserlo, visto che al supermercato le famiglie si lamentano di prezzi che non solo non scendono, ma spesso salgono (ma di questo fenomeno parleremo nel dettaglio in un prossimo articolo).

In ogni caso, con il petrolio a buon mercato, i consumatori americani possono festeggiare di più di quelli europei, che pagano tasse salate sui prodotti petroliferi e continuerebbero a pagarle anche se l’Opec decidesse di regalare il petrolio. Ma un petrolio a 60 dollari per parecchio tempo a venire, non è invece esattamente una buona notizia per altri produttori, meno solidi finanziariamente di Arabia Saudita e altri produttori del Golfo che da soli fanno il 30% del mercato globale.
Per il Venezuela, ad esempio, che pure fa parte dell’Opec, un petrolio a 60 o anche a 70 dollari per un tempo prolungato può equivalere a una catastrofe capace di far precipitare il paese nella bancarotta e forse anche nel caos politico e sociale.
Oppure il Brasile, certamente meno disastrato del Venezuela, ma molto dipendente dal petrolio e dalle altre commodity di cui è ricco per la salute della sua economia.
Oppure paesi come Libia e Iraq, anch’essi parte del cartello, che fanno affidamento sulla rendita petrolifera per la ricostruzione di sistemi economici e sociali devastati dalla guerra.
O infine paesi come l’Iran, che si sta preparando alla fine delle sanzioni americane e alla riapertura delle esportazioni di petrolio, che sicuramente preferirebbe un barile a 100 dollari che non a 60. Anche perché, a differenza degli altri produttori, non ha beneficiato del decennio d’oro 2004-2014 che ha visto quasi costantemente il prezzo a tre cifre.

Infine ci sono gli investitori. Il calo petrolio può dare una spinta in più alle economie in ripresa, come quella americana, o che stanno recuperando, come quelle europee. E quindi è una buona notizia, soprattutto per le Borse. Ma le tensioni geopolitiche che il calo-petrolio implica e che potrebbero esplodere sono invece un rischio, soprattutto per chi guarda ai mercati emergenti di quei paesi che dipendono molto dalla rendita petrolifera.
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