L'analisi

Candriam: la tolleranza di Fed e Bce sull'inflazione non è illimitata, ma per ora rischi modesti

Secondo Emile Gagna, economista di Candriam, la svolta sull’inflazione prima della Fed e ora della Bce, non significa che le banche centrali resteranno a guardare. Ma per ora le tensioni sui salari sono minimi

di Virgilio Chelli 6 Agosto 2021 - 5:50
Nell'ambito del nuovo quadro di Flexible Average Inflation Targeting annunciato un anno fa, la Fed tollererà temporaneamente un'inflazione più alta, a compensazione degli anni in cui è rimasta ben sotto l'obiettivo. Ma questo non implica che resterà a guardare l’inflazione che sale senza agire, anche se questo comporterebbe rischi per la crescita. L'Eurozona sta affrontando sfide simili ma in forma meno acuta, visto che anche prima della pandemia, aveva un'inflazione troppo bassa e una ripresa in affanno. Ma anche in questo caso i timori di un radicale cambiamento di approccio sono fuori luogo, qualunque cambiamento venga deciso non metterà a rischio l'impegno della Bce a tenere bassa l'inflazione.

UN TREND PARTICOLARE LEGATO ALLA PANDEMIA

Sono le conclusioni di un commento a cura di Emile Gagna, Economista di Candriam, secondo cui l'attuale trend dell'inflazione è peculiare dell'economia post-Covid, dovuto in parte all'interruzione nelle supply chain, in parte dalla domanda repressa di consumi, che risulteranno temporanee. Ma le banche centrali dovranno rispondere anche agli effetti sui salari. Nell’ultimo anno l'inflazione USA, esclusi alimentari e energia, ha raggiunto il 3,8%, il massimo da quasi 30 anni. Ma la pandemia è uno shock temporaneo. Inoltre, la contrazione della produzione globale è stata la stessa verificatasi dopo la crisi finanziaria globale, ma il rimbalzo è stato molto più forte, mentre le tensioni sui salari restano modeste.

IN EUROPA LA RIPRESA È PIÙ LENTA

L'inflazione dei servizi è rimasta contenuta, perché il Covid ha causato una temporanea distorsione della domanda, ma con la riapertura inizia a recuperare terreno. Secondo Gagna ci sono valide ragioni per ritenere che i prezzi rimarranno sotto pressione per diversi mesi, ma è ragionevole ritenere che sia un rimbalzo temporaneo. Nell'Area Euro, dove la ripresa è più lenta rispetto agli Usa, il fenomeno è stato finora limitato, e a fine maggio l'inflazione non raggiungeva l'1%, mentre nei Paesi dell'Europa meridionale più colpiti dalla crisi, si attesta a livelli più depressi di prima della pandemia. Ora l'eccesso di risparmio accumulato potrebbe far salire la domanda leggermente sopra il tasso tendenziale negli Stati Uniti.

LA SPINTA DELL'ECCESSO DI RISPARMIO

La solidità della ripresa e il rapido aumento della domanda, aggiunge Gagna, fanno però temere un'accelerazione, anche per il risparmio aggiuntivo accumulato durante la pandemia. Nel caso delle famiglie a basso reddito, gran parte potrebbe essere già stata utilizzata, per ripianare debiti e arretrati, mentre una parte rilevante è nelle mani delle famiglie più ricche, ed è probabile che non vengano spesi per intero. Lo scenario principale di Candriam ne ipotizza la spesa di circa un terzo su un totale stimato di 1.000 miliardi di dollari.

L'IMPORTANZA DELLA DINAMICA DEI SALARI

L'attività economica secondo Gagna potrebbe superare il trend pre-crisi negli Usa, poiché le famiglie spendono parte dei risparmi aggiuntivi, ma questo scenario sembra più remoto in Europa. Il nocciolo della questione è che affinché le pressioni inflazionistiche siano sostenute è fondamentale l'aumento dei salari. Negli Usa, con la riapertura c’è grande esigenza di assunzioni in alcuni settori. Molti squilibri si appianeranno con la vaccinazione, la riapertura delle scuole e il ritiro dei sussidi. Inoltre ci sono ancora 7 milioni di occupati in meno rispetto a febbraio 2020, per cui è difficile aspettarsi tensioni sostenute e generalizzate sul mercato del lavoro.

PRESSIONI MENO GIUSTIFICATE NELL'AREA EURO

Per l'inflazione è inoltre fondamentale l’aumento della produttività grazie ad automazione e digitalizzazione che consentono un minor numero di lavoratori, attenuando le tensioni sui salari e aiutando le imprese a preservare i margini, tenendo sotto controllo il costo unitario del lavoro. Nell’Eurozona il dato sulla disoccupazione è distorto dalla riduzione degli orari di lavoro decisa in passato, mentre nei paesi meridionali come Spagna e Italia la pandemia ha penalizzato particolarmente i più giovani. Con un significativo rallentamento del mercato del lavoro, osserva in conclusione Gagna, pressioni sui salari non sarebbero molto giustificate nell'Area Euro.
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