La guerra commerciale
Capital Group: gli investitori devono valutare i dazi di Trump nel lungo termine
Un commento di Jared Franz analizza in particolare le prospettive e l’impatto sull’interscambio con Canada e Messico, confermando la previsione di un’economia Usa in notevole crescita anche nel 2025
di Stefano Caratelli 26 Febbraio 2025 08:00

Con dazi e guerre commerciali che dominano sui media, è importante che gli investitori adottino una prospettiva a lungo termine per valutare quali sono gli impatti effettivi e duraturi sugli USA e altri Paesi per capire se avranno la meglio su altri fattori che trainano la crescita della più grande economia al mondo. Gli annunci sui dazi e i successivi accordi per rinviarli non cambiano la visione complessivamente positiva sulle prospettive dell’economia USA di Capital Group, che include questo fattore nel suo scenario di base da un po’ di tempo, anche prima della vittoria di Trump a novembre, anche perché le barriere commerciali sono notevolmente aumentate dalla fine della crisi finanziaria globale del 2009, sia sotto Trump che Biden.
In un commento sull’impatto dei dazi USA e prospettive per l’economia USA, Jared Franz, Economista di Capital Group, osserva che i dazi iniziali contro Canada e Messico sono stati rinviati e potrebbero essere ridotti o addirittura scomparire, mentre quelli contro la Cina sono inferiori al previsto. Ad avviso di Franz, Trump potrebbe frenare la sua tendenza a imporre barriere paralizzanti per lunghi periodi di tempo. Di qui la conferma della valutazione ottimistica sull’economia USA che dovrebbe continuare a crescere notevolmente nel 2025, con un incremento del PIL di circa il 3%. Capital Group crede che l’economia USA stia passando da una fase di fine ciclo a una di metà ciclo, con aumento degli utili, accelerazione della domanda di credito e politica monetaria, senza nessuna recessione all’orizzonte.
Per capire cosa succederà in futuro, secondo Franz è importante individuare il motivo alla base dell’imposizione dei dazi. Se Trump li sta usando come tattica di negoziazione, come nel suo primo mandato e più di recente con le minacce alla Colombia, potremmo assistere a negoziati che rinviino ulteriormente, evitino o riducano i dazi, come già successo con Canada e Messico. In questa prospettiva sembra probabile che la revisione del patto commerciale tra USA, Messico e Canada, prevista per il 2026, possa essere anticipata per ridurre l’incertezza commerciale in Nord America.
Per contro, prosegue l’esperto di Capital Group, è molto meno probabile che i dazi siano definitivamente accantonati o ridotti in modo significativo se la motivazione è creare entrate per finanziare tagli fiscali o ridurre il deficit commerciale USA, anche se il Canada ha un deficit, escluso il petrolio. In questo caso, i dazi potrebbero aumentare in seguito alle reazioni dei vari Paesi, per poi diminuire al raggiungimento di accordi.
Franz osserva che gli USA rappresentano circa l’80% delle esportazioni di Messico e Canada, che invece rappresentano ciascuno circa il 15% dell’impor statunitense. Inoltre, la maggior parte degli scambi nell’area è in dollari, il che riduce al minimo la capacità del dollaro canadese e del peso messicano di fungere da aggiustamento. Ma gli USA dipendono molto da importazioni specifiche, tra cui i prodotti ortofrutticoli dal Messico e l’energia dal Canada, che rappresenta quasi il 20% dell’approvvigionamento petrolifero statunitense e più della metà delle importazioni totali di petrolio degli USA, ma è anche una fonte a basso prezzo per gli importatori statunitensi, data l’infrastruttura di raffinazione.
In conclusione, l’esperto di Capital Group sottolinea che la “modellizzazione” dell’impatto dei dazi si basa in gran parte su varie ipotesi, ma la storia suggerisce che sia i consumatori che le aziende ne risentirebbero negativamente. Come per la precedente amministrazione Trump, la situazione si sta evolvendo rapidamente ed è difficile prevederne l’esito, osserva Franz, e non è chiaro per quanto tempo queste misure rimarranno in vigore, anche se attuate. Ma, aggiunge, sembra probabile che nei prossimi anni i dazi vengano aumentati.
DAZI RIENTRATI SU CANADA E MESSICO, MENO DEL PREVISTO SU CINA
In un commento sull’impatto dei dazi USA e prospettive per l’economia USA, Jared Franz, Economista di Capital Group, osserva che i dazi iniziali contro Canada e Messico sono stati rinviati e potrebbero essere ridotti o addirittura scomparire, mentre quelli contro la Cina sono inferiori al previsto. Ad avviso di Franz, Trump potrebbe frenare la sua tendenza a imporre barriere paralizzanti per lunghi periodi di tempo. Di qui la conferma della valutazione ottimistica sull’economia USA che dovrebbe continuare a crescere notevolmente nel 2025, con un incremento del PIL di circa il 3%. Capital Group crede che l’economia USA stia passando da una fase di fine ciclo a una di metà ciclo, con aumento degli utili, accelerazione della domanda di credito e politica monetaria, senza nessuna recessione all’orizzonte.
CAPIRE SE TRUMP USA I DAZI COME TATTICA NEGOZIALE
Per capire cosa succederà in futuro, secondo Franz è importante individuare il motivo alla base dell’imposizione dei dazi. Se Trump li sta usando come tattica di negoziazione, come nel suo primo mandato e più di recente con le minacce alla Colombia, potremmo assistere a negoziati che rinviino ulteriormente, evitino o riducano i dazi, come già successo con Canada e Messico. In questa prospettiva sembra probabile che la revisione del patto commerciale tra USA, Messico e Canada, prevista per il 2026, possa essere anticipata per ridurre l’incertezza commerciale in Nord America.
IMPROBABILE UN TOTALE ACCANTONAMENTO
Per contro, prosegue l’esperto di Capital Group, è molto meno probabile che i dazi siano definitivamente accantonati o ridotti in modo significativo se la motivazione è creare entrate per finanziare tagli fiscali o ridurre il deficit commerciale USA, anche se il Canada ha un deficit, escluso il petrolio. In questo caso, i dazi potrebbero aumentare in seguito alle reazioni dei vari Paesi, per poi diminuire al raggiungimento di accordi.
LE DIMENSIONI DELL’INTERSCAMBIO NEL NORD AMERICA
Franz osserva che gli USA rappresentano circa l’80% delle esportazioni di Messico e Canada, che invece rappresentano ciascuno circa il 15% dell’impor statunitense. Inoltre, la maggior parte degli scambi nell’area è in dollari, il che riduce al minimo la capacità del dollaro canadese e del peso messicano di fungere da aggiustamento. Ma gli USA dipendono molto da importazioni specifiche, tra cui i prodotti ortofrutticoli dal Messico e l’energia dal Canada, che rappresenta quasi il 20% dell’approvvigionamento petrolifero statunitense e più della metà delle importazioni totali di petrolio degli USA, ma è anche una fonte a basso prezzo per gli importatori statunitensi, data l’infrastruttura di raffinazione.
UNA SITUAZIONE IN RAPIDA EVOLUZIONE
In conclusione, l’esperto di Capital Group sottolinea che la “modellizzazione” dell’impatto dei dazi si basa in gran parte su varie ipotesi, ma la storia suggerisce che sia i consumatori che le aziende ne risentirebbero negativamente. Come per la precedente amministrazione Trump, la situazione si sta evolvendo rapidamente ed è difficile prevederne l’esito, osserva Franz, e non è chiaro per quanto tempo queste misure rimarranno in vigore, anche se attuate. Ma, aggiunge, sembra probabile che nei prossimi anni i dazi vengano aumentati.